L'attualità della legge 194
Ho seguito in questi giorni il dibattito sull’opportunità di revisione della legge 194 e rimango stupito ancora una volta di quanta superficialità e strumentalizzazione si possa costruire attorno ad un tema così delicato come quello della vita.
Desidero, a questo riguardo, portare il mio contributo da cattolico impegnato in politica partendo da un’esperienza personale. Io sono contro l’aborto, prima come uomo e poi anche come cattolico, perché ritengo che non sia mia facoltà decidere rispetto al diritto alla vita di un altro soggetto.
Nella primavera del 2004, più o meno in questo periodo, mia moglie Claudia rimase incinta. Purtroppo qualche mese prima aveva avuto la varicella e il medico durante la prima visita ci suggerì precauzionalmente di interrompere la gravidanza poiché la viralità residua avrebbe potuto compromettere la salute del nascituro. La nostra decisione fu di fermo e immediato diniego poiché nessuno dei due prendeva in considerazione l’opzione dell’aborto.
Ho raccontato questo episodio per sgombrare il campo da ogni dubbio. Da cattolico non contemplo l’opzione dell’aborto in quanto il feto secondo me non è un “prodotto del concepimento” (come viene chiamato nella legge 194) di cui si può disporre a piacimento, ma è un soggetto titolare del primo tra i diritti soggettivi, il diritto alla vita. Per tale ragione, per umanità e per fede, io e mia moglie non ricorremmo all’interruzione di gravidanza.
Tuttavia da cattolico e da legislatore – seppure regionale – so anche che la società in cui viviamo è profondamente complessa e articolata, e parallelamente alle ragioni che mi portano ad assumere un comportamento in difesa della vita, vi sono persone che fondano le proprie scelte su ragioni diverse dalle mie. Scelte che maturerebbero comunque a prescindere da una norma di legge.
Infatti in Italia, prima dell’avvento della legge 194 e in altri Paesi dove l’interruzione di gravidanza non era normato, gli aborti si praticavano in grande quantità, in modo clandestino e con gravi rischi per la salute della donna.
L’introduzione della legge 194 del 1978 consente di definire il quadro normativo in cui una donna può esercitare la libertà di interrompere la gravidanza (anche se io umanamente credo che porre termine a una vita non sia davvero un grande e positivo esercizio di libertà).
Ma oggi quante sono le donne che scelgono liberamente di ricorrere all’aborto? Mi spiego meglio. Una donna che ritiene di non poter fare fronte alla maternità perché non le è consentito da condizioni economiche, sociali e familiari, assume la scelta di abortire in modo libero?
Io credo di no, e credo che molte delle interruzioni di gravidanza, soprattutto quelle che riguardano le donne immigrate, avvengono in condizioni di non completa libertà, e potrebbero essere evitate se ci fosse un sostegno serio e organizzato alla maternità. Una donna, ad esempio, non dovrebbe mai essere messa in condizione di scegliere tra il proprio lavoro e la vita di suo figlio, come invece oggi accade per certe forme di lavoro e professioni dove la maternità non è tutelata.
Per tutelare la vita si può e si deve fare di più. Ma sono convinto che fare una battaglia di religione contro la 194 (che dal 1978 ad oggi ha già visto il dimezzamento del ricorso a questa pratica) non sia la strada giusta. Piuttosto bisognerebbe curare l’applicazione dell’art. 5 della legge, quello che prevede l’informativa sulle misure alternative all’aborto, che oggi non viene fatta a sufficienza oppure bisognerebbe rafforzare le misure di tutela della maternità. Se si applicassero in modo deciso queste due semplici attenzioni ricorrerebbero all’aborto solo le donne che consapevolmente decidono di esercitare la volontà e la libertà di interrompere una vita che, sono convinto, sarebbero molto poche.
Infine da battezzato e da uomo che appartiene alla Chiesa ritengo che sia apprezzabile e positivo che la Chiesa in Italia e nel modo richiami continuamente chi esercita una responsabilità pubblica a farsi carico di difendere la vita fino dalla sua origine, pur nella libertà dell’esercizio della responsabilità di legislatore. Ciascuno poi eserciterà la apropria responsabilità legislativa nella consapevolezza che il diritto alla vita e il diritto alla morte hanno due pesi relativi diversi rispetto ai quali ogni persona di buon senso, a prescindere dalla religione, non dovrebbe avere dubbi rispetto al quale propendere.